Da un archetipo alla realtà

“Chissà chissà domani/ Su che cosa metteremo le mani…”….
L’incipit di questa celebre canzone di Lucio Dalla, sebbene in un contesto diverso da quello a cui fa riferimento, trova spazio adeguato oggi come non mai.
Sulle pagine di stampa online e non, è solito trovarsi di fronte a titoli di articoli, quali:
“Come i 30-40enni italiani sono rimasti fregati”; “La crisi dei Millennials” e roba di questo tipo.
Essendo io parte non solo dei millennials, ma essendo rappresentante anche di quella fetta ancor più ‘minoritaria’ di essi, cioè di quel ‘piccolo/immenso’ gruppo appartenente al cosiddetto settore umanistico, non posso che far venire a galla un aspetto considerevole di un astruso dilemma.
Proprio leggendo, infatti, un recente articolo online: “Ai datori di lavoro italiani non interessa la tua laurea umanistica”, è maturata in me una riflessione che in realtà assume più i connotati di una riemersa constatazione. È ampiamente risaputo come in questi nostri tempi sia sempre più crescente una svalutazione sul mercato del lavoro della cultura umanistica… Sembra quasi che essa sia un patrimonio di mere conoscenze che trovano poi difficilmente modo e spazio per essere applicate, almeno qui in Italia.
Personalmente conosco quella sensazione con cui i laureati in lettere e in discipline affini vengono via via declassati; quell’essere guardati con sufficienza, come figure di serie B, di cui insomma si potrebbe tranquillamente fare a meno.
Eppure, per assurdo, negli Stati Uniti, dove domina per eccellenza un sapere utilitaristico, si è stati in grado di creare l’ambito disciplinare noto come: “humanities e liberal art” per fornire competenze in grado di rimodulare il sapere in senso strumentale. Un esempio è “il counseling filosofico”, quella figura che si affianca allo psicologo e allo psicanalista, mettendo a frutto gli studi in filosofia per fornire supporto psicologico. Curioso è sapere, come leggiamo poi nell’articolo preso in esame, che è proprio il settore delle nuove tecnologie a dare spinta decisiva, nel senso che, in quei luoghi di lavoro dove la letteratura, come la filosofia e la storia dell’arte, sembrano non poter farne parte alcuna, trovano invece grosse e fattive opportunità d’impiego (basti citare le aziende della Silicon Valley, le grandi compagnie di Wall Street che si sono messe proprio ora in cerca di umanisti).
_Perché, invece, qui in Italia non si capisce che i laureati in materie umanistiche abbiano capacità tali da essere applicate anche nel contesto aziendale? Perché dobbiamo sentirci come le ultime ruote del carro? Perché i nostri sudati studi appaiono solo come un handicap?_
Condivido il pensiero secondo il quale un caposaldo della cultura umanistica è proprio la flessibilità, la capacità del così tanto richiesto ‘problem solving’, ovvero di risolvere problemi utilizzando, però, un pensiero laterale, creativo, lontano dallo stretto meccanicismo. Ancor prima di arrivare a una specializzazione universitaria, bisognerebbe che ogni cittadino, per capire quello che succede attorno a sé, per leggere un giornale, per fare una scelta politica, per dare quindi il proprio voto, fosse in grado di saper leggere e comprendere un testo scritto. Sembra tutto molto scontato, invece la nostra lingua, parlata e scritta, si sta impoverendo e riempendo di strafalcioni; si sta registrando un semi-alfabetismo dell’italiano perfino nelle aule universitarie. “La lingua italiana è la più bella del mondo” ci spiega l’accademico e critico letterario Stefano Jossa nel suo volume edito Einaudi. Si tratta di una lingua d’invenzione, creata a tavolino dai letterati nel corso dei secoli e diventata nazionale prima ancora che esistesse la nazione. È una lingua ricca di metafore, di rime, che si presta al gioco verbale, ma che con facilità riesce ad essere pure notarile, burocratica, aulica. La sua stratificazione di significati ci permette di leggere appieno il mondo; abbiamo iniziato dalla poetica stilnovista fino a giungere alla musica rap, tanto amata oggi, che ha rivitalizzato i vocaboli e il loro uso nel linguaggio quotidiano.
Viviamo pure l’attualità, il sopravvento dell’era social, ma non riduciamo tutto all’oggi. Guardiamo al futuro senza seppellire il passato. Simpaticamente c’è un ‘insolito’ esempio, quello de La Smemoranda, il diario/agenda per eccellenza dei ragazzi che quest’anno porta come filo conduttore il ‘ciao’, la parola italiana che dopo ‘pizza’ è la più conosciuta al mondo e compie 41 anni ed è ancora un cult; si confronta con lo smartphone, ma ci testimonia che tra i ragazzi, per fortuna, la voglia di scrivere, pasticciare, attaccare cose, non è passata e non sparirà mai. È il chiaro segno di come sia opportuno trovare quella vincente sintesi tra tradizione e innovazione. Contenuti e formati di un diario ‘di carta’ che si sono evoluti insieme ai tempi.
Il sapere umanistico in ambito lavorativo non solo permette di adattarsi, come già detto, alla continua richiesta, ma riesce ad esprimersi in risvolti estremamente pratici, ovvero è un metodo per connettere saperi lontani fra loro, rielaborare le informazioni in maniera critica, iscrivendo il lavoro in un orizzonte anche etico.

“Il pensiero umanistico non educa solo a ‘come pensare’, ma anche a ‘cosa pensare’!”_ Nel 2005, lo scrittore, saggista e accademico statunitense David Foster Wallace così parlava ai ragazzi neolaureati del Kanyon College.
“Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita!”_ Urlava Robin Williams nel ruolo di John Keating nel film L’attimo fuggente.

A malincuore, come una paurosa contraddizione, il prestigio della cultura umanistica dura fino agli studi superiori, in cui il liceo classico viene considerato scuola di prima classe e poi giù per la discesa, per la svalutazione di esso sul mercato del lavoro. Un sistema che sembra quasi degenerare a tritacarne, nel quale con la scuola e, ancor più, con l’università fa sentire i giovani unici, speciali, destinati con l’impegno a qualcosa di grande, ma che poi li scarica in un inferno di contratti flessibili, lavoretti umilianti e pagati male, senza l’ombra di contributi e di pensione.
Nell’articolo che mi ha catturato e mi ha spronato a mettere nero su bianco questo mio pezzo, si faceva un curioso paragone tra lo scenario odierno e un film del 1961, “Il Posto” di Ermanno Olmi, pellicola nella quale viene mostrata una faticosa avanzata verso la scrivania successiva , grazie solo al proprio puntiglio da ragioniere, l’unica capacità riconosciuta nell’azienda.
Il sapere scientifico è uno strumento potente, ma non affiancargli la componente umanistica significa guidare un corpo con cento braccia e privo di testa.
In linea con Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, nonché ordinario di economia politica alla Lumsa: “Oggi non vediamo più miracoli economici perché ci mancano i miracoli umani di uomini e donne con una umanità più grande di quella insegnata e vissuta dal nuovo business. La nostra economia ha un estremo bisogno di anima, ma purtroppo non esistono mercati dove comprarla”.
Ecco che, in una società come la nostra, sempre più complessa, avere dei lavoratori in grado di sperimentare diversi approcci, non è solo questione di buonsenso, ma riguarda piuttosto la sopravvivenza e la crescita di un’azienda con il tessuto che le sta intorno e magari, inaspettatamente, potrebbe rappresentare la carta vincente per il vasto mercato internazionale con cui confrontarsi. Della serie che: “Tutto quello che più ci serve l’abbiamo imparato all’asilo!”, ovvero il più delle volte la soluzione delle cose sta alla base, sta nel guardare tutto da una seconda e meno considerata prospettiva.

Davide contro Golia un archetipo che può diventare realtà , perché “no, non è vero che non sei capace, che non c’è una chiave” (canta Caparezza)!
La generazione boh, i millennials in generale, i millennials umanisti, gli eroi fragili dei nostri giorni ce la devono fare a dispetto di tutte le probabilità contrarie, perché sono nel giusto e la giustizia deve tornare col tempo a valere più della forza! Ritornando alla canzone con cui ho deciso di aprire quest’articolo: “Aspettiamo che ritorni la luce/ di sentire una voce/Aspettiamo senza avere paura, domani!”

Augusta D’Andrea