La Teoria Monetaria Moderna

di Marco Boleo

Nelle scorse settimane il quotidiano cattolico ‘Avvenire’ ha aperto un dibattito sulla Teoria Monetaria Moderna (MMT) e numerosi sono stati gli interventi. Tra i quali vanno annoverati quelli di economisti del calibro di Leonardo Becchetti, Luigino Bruni, Nicola Rossi ed Alberto Mingardi per citarne solo alcuni. Perché tanto interesse? Fino a non molto tempo fa della MMT se ne parlava solo sui blog e veniva insegnata in qualche università periferica. Ma da quando la sinistra americana ha deciso di abbracciarla come teoria economica di riferimento le cose sono cambiate.

Preciso subito che l’intento di questo scritto non sarà quello di sintetizzare il dibattito apparso su ‘Avvenire’ ma di fornire ulteriori spunti di riflessione. Una considerazione però sul ricordato dibattito vorrei aggiungerla. Nelle discussioni sulla MMT immancabilmente qualcuno arriva a citare una affermazione di John Maynard Keynes contenuta nel suo ‘Trattato sulla Moneta’ ed anche questa volta ciò è avvenuto.

L’economista inglese nel suo libro in due volumi afferma che aveva ragione George Friedrich Knapp e che la moneta è una ‘creazione dello Stato’. Però il ricordato libro di Keynes andrebbe letto fino alla fine. Nelle pagine successive, infatti, il nostro afferma che l’importanza della ‘moneta Stato’ nei sistemi economici moderni è molto ridotta rispetto al passato e che si possono costruire modelli rappresentativi della realtà trascurando la moneta dello Stato. Citare Keynes nel dibattito perché oggi è tornato in auge pertanto è fuorviante e non andrebbe fatto.

teoria monetaria moderna

Ma torniamo alla moneta filosofale. La MMT va chiarito subito non è una nuova teoria e a voler essere precisi nemmeno una teoria. E’ nella sua semplicità una proposta di politica economica per finanziare variazioni del deficit di bilancio: maggiori spese pubbliche o taglio delle tasse, con l’emissione di moneta. Però possiamo dire che dentro la MMT troviamo mescolate due teorie ben note: la trappola della liquidità keynesiana e la teoria del sottoconsumo di Carlo Marx che sono alla base dell’interpretazione del pensiero di Keynes fornito dalla scuola post-keynesiana. Dove la miscela di queste due teorie porta alla visione di un sistema economico di mercato nel quale si genera una insufficienza di domanda aggregata, che deve essere compensata attraverso l’intervento dello Stato mediante l’uso attivo di politiche monetarie e fiscali. Pena la comparsa di una disoccupazione strutturale. O volendo essere più precisi attraverso l’aumento della spesa pubblica in deficit, favorito dall’emissione di debito pubblico ed eventualmente di nuova moneta creata alla bisogna. Nella logica della Teoria Monetaria Moderna l’emissione di debito pubblico e/o di moneta non comporterà alcun problema visto che il sistema economico si troverebbe in trappola della liquidità keynesiana, ovvero in un particolare stato del mercato della moneta tale da indurre le persone a preferire il possesso della moneta e dei titoli di stato i quali potranno essere emessi in quantità fino all’ottenimento della piena occupazione. In questo regime di politica economica lo stato sulla carta non può fallire visto che può stampare tutta la moneta che vuole. Dicevamo sulla carta perché lo stato finanziando la spesa pubblica in deficit stampando moneta può mantenere basso lo stock di debito pubblico ma col rischio di un aumento dell’inflazione. Nel gergo di politica economica questa scelta di politica economica viene definita “fallimento interno”. Di conseguenza uno stato che fa politiche in disavanzo e le finanzia stampando moneta può stabilizzare la crescita del debito pubblico, ma semplicemente perché scarica l’aggiustamento sui residenti tramite la repressione finanziaria operata con l’imposta da inflazione (signoraggio), ovvero sposta potere d’acquisto dal settore privato a quello pubblico. La repressione finanziaria, quindi, nella quale i tassi d’interesse reali sul debito pubblico sono negativi è il deus ex machina attraverso il quale si tiene sotto controllo l’aumento del debito pubblico.

La Teoria Monetaria Moderna senza andare lontano è stata già praticata in Italia negli anni ‘70 del secolo scorso. In quel periodo, infatti, l’inflazione volteggiava al 20% mentre gli interessi sul debito pubblico al 7%. Ciò però è potuto accadere solo col controllo dei movimenti dei capitali, coi vincoli di portafoglio imposti alle banche (dovevano indirizzare tutto il risparmio raccolto all’acquisto di titoli di stato) e col matrimonio tra Tesoro e Banca d’Italia,con quest’ultima obbligata a comprare tutti i titoli rimasti invenduti nelle aste di collocamento. La MMT è pertanto semplicemente una favola: una soluzione semplice ad un problema complesso di scarsa efficacia. L’impossibilità da parte di un paese di fissare un tasso d’interesse a piacimento in un sistema economico, non chiuso ai movimenti di merci e di capitali con gli altri paesi, infatti, rende l’applicazione della MMT impossibile. Visto che nel tempo un paese che adotti le ricette della MMT, non solo accumulerà più debito pubblico, ma avrà un costo sempre più elevato per finanziarlo, drenando risorse al proprio settore privato e quindi alla crescita economica.

La MMT sicuramente fa vincere le elezioni ma poi conduce il paese in una instabilità economica e finanziaria di difficile governabilità.