Sexting: minori e pedopornografia online.

Con l’avvento dei social, ma anche prima attraverso forum e chat private, la sessualità ha ricevuto una nuova spinta. Il mondo della Rete è intrigante, rende il tutto più eccitante; il contatto impalpabile con l’altro conferisce al tutto un’aura di intoccabilità e sconsideratezza, data dalla scarsa percezione delle conseguenze a cui può portare anche la più piccola minuzia.
Si può parlare di semplici messaggi tra fidanzati o vere e proprie molestie, tuttavia, la pratica ha un solo nome: sexting. «Derivato dalla fusione delle parole inglesi ‘sex’ (sesso) e ‘texting’ (inviare messaggi elettronici), è un neologismo utilizzato per indicare l’invio di messaggi, testi e/o immagini sessualmente espliciti, principalmente tramite il telefono cellulare o tramite altri mezzi informatici.»
(Wikipedia)
La sentenza n. 39039/2018, depositata il 28 agosto, ha visto la Cassazione alle prese con un caso di sexting. La vicenda in giudizio ha inizio quando un ragazzo, minorenne durante lo svolgimento dei fatti, ha cominciato a fare pressioni affinché la sua ragazza, di anni 14, si ritraesse nuda o durante atti di autoerotismo in foto che sarebbero poi state inviate a un altro cellulare sempre sotto il controllo di lui. Gli scatti, in tutto ventiquattro, sono bastati al Tribunale ordinario e alla Corte d’Appello di Roma, i quali condannano il giovane in forza del fatto che era emerso il costringimento all’azione, ovvero un ricatto ai danni di lei, anche ricorrendo alla violenza. Nel ricorso presentato in Cassazione, il ragazzo si era difeso affermando che tutti gli scatti erano autoprodotti senza, quindi, la costrizione derivante da un ricatto. La versione della difesa è caduta per due motivi: da una parte è stato provato che la volontà della vittima è stata annullata dall’atteggiamento aggressivo del ragazzo, dall’altra si è provato che l’invio di tali foto al profilo Facebook di un amico avrebbe avuto lo scopo di «soddisfare il mercato dei pedofili». Conclusioni che sono valse a una condanna a 3 anni di reclusione e 18mila euro di multa. La sentenza in oggetto, oltre a essere un’importante pronuncia per quanto riguarda il tema della pedopornografia online, è un punto di vista da tenere in considerazione quando si parla di costrizione del minore, una variabile non sempre facilissima da provare. Per valutarla si deve tenere conto del grado di «soggezione psicologica in cui versa la vittima quando decide di scattarsi le fotografie erotiche». Sta a significare che un ricatto, anche quando indiretto, deve essere considerato una forma di prevaricazione. Un minore che si scatta una foto erotica anche acconsentendo, non esclude il fatto che possa esserci stato un certo grado di manipolazione. Non serve nemmeno considerare una eventuale offerta di denaro in cambio del materiale, basta provare l’aver agito sfruttando la posizione di inferiorità del soggetto.